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Gennaio 2009 Archives

Un sottosegretario a Stoccolma

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Per avere un'idea di come vanno le cose nel proprio paese, è sempre utile andare all'estero a vedere che aria tira. Proprio la settimana scorsa ho partecipato ad un incontro con i ricercatori italiani emigrati in Svezia, durante il quale si è discusso anche della situazione della ricerca in Italia. L'inviato del governo che ha partecipato con me alla conferenza era nientemeno che il sottosegretario all'Università e Ricerca On. Giuseppe Pizza.

 

Devo ammettere che è stata un'esperienza per certi versi imbarazzante: vi assicuro che non è facile spiegare, in un Paese come la Svezia, che investe il 4% del suo Pil in ricerca e che rispetta criteri internazionali nell'assegnare i fondi dello Stato, che in Italia la strada che prendono i denari pubblici per la ricerca la sceglie una commissione nominata dal ministro Gelmini, decidendo sulla base di audizioni e cognomi dei candidati. Invece di utilizzare sistemi trasparenti come la valutazione tra pari, i fondi pubblici per la ricerca da noi si assegnano con delle audizioni, come si fa con gli artisti!

 

Altro motivo di imbarazzo è stato il comportamento dell'autorevole rappresentante del governo italiano. Conscio dell'importanza dell'evento, come al solito ho preparato con cura il mio intervento, che ho pronunciato a braccio e in inglese, come si usa negli ambienti scientifici internazionali. Il sottosegretario Pizza invece, prima del congresso deve aver avuto di meglio da fare: si è presentato con un lungo discorso scritto, letto senza mai alzare la testa e, ovviamente, tutto in italiano. Come se non bastasse, interrogato sull'alto tasso di disoccupazione nel nostro paese, dovuto in buona parte alla scarsa occupazione femminile, ha risposto più o meno così: "non è un problema grave, è una questione di cultura: in Sicilia le donne preferiscono stare a casa invece di andare a lavorare".

 

Ora, ci fossimo trovati in Arabia Saudita, l'intervento del sottosegretario sarebbe stato applauditissimo, e il prestigio dell'Italia sarebbe salito alle stelle. Ma dato che eravamo in uno dei paesi più progressisti del mondo, peraltro un modello di politica sociale ed economica, non credo che l'immagine del nostro paese sia migliorata. Per questo ho fatto presente all'On. Pizza e alla stampa che se in Sicilia l'80% delle donne sotto i 30 anni non lavora, non si tratta proprio di una questione di poco conto! E' difficile uscire da una grave crisi economica se l'occupazione femminile non cresce, come accade nei paesi più avanzati; ma è ancora più difficile finché si viene governati e rappresentati all'estero con una tale miopia.

Torno a scrivere il blog per raccontarvi una storia che ha dell'incredibile: se non me l'avesse raccontata di persona una fonte affidabile, avrei liquidato l'affabulatore di turno con una risata. Cominciamo con ordine: qualche giorno fa viene da me un giovane e brillante scienziato, che dopo una fruttuosa esperienza negli Stati Uniti ha deciso di tornare in Italia per continuare qui le sue ricerche. Il nostro mi racconta di essere stato assunto come collaboratore (precario, ovviamente) di un professore universitario; sarebbe tuttavia meglio dire da un "figlio" di un professore universitario, dato che l'unico suo merito è quello di essere per l'appunto il figlio dell'anziano professore appena andato in pensione. Con grande senso paterno dunque, il vecchio luminare, preoccupato per l'avvenire della sua prole, ha pensato bene di garantire la successione al figlio.

Conscio di come vanno le cose in questo paese, il nostro giovane ricercatore decide comunque di lavorare sodo per il Figlio (ora docente), provando a mettersi in mostra per poter ambire ad un posto più stabile e remunerativo, adeguato alla sua esperienza. Passano ben sette anni, in cui il nostro si dimostra meritevole e capace lavorando fianco a fianco con il meno capace "figlio", quando sembra arrivare il suo momento: si è liberato un buon posto, e sembra proprio che sia lui il miglior candidato. Eppure, ecco il colpo di scena: il figlio assume un'altra collaboratrice, senza una valida ragione professionale. Il nostro è deluso, ma non si rassegna e indaga. Si sa, nei dipartimenti le voci girano in fretta, e così viene fuori la verità: il Figlio ha fatto delle pesanti avances alla donna appena assunta, lei ha rifiutato scandalizzata ed è corsa a raccontare tutto al marito. A questo punto della storia, penserete che l'esito sia scontato: il marito geloso corre dal professore e sfoga violentemente la sua rabbia. E invece no. Il marito in questione decide di ricattare il gigolò: o assumi mia moglie per quell'ottimo posto che si è appena liberato, oppure ti denuncio. Il Figlio non se lo fa ripetere due volte e assume la donna, in barba alle referenze del giovane ricercatore e a qualsiasi principio meritocratico.

E' incredibile, eppure le cose sono andate così. Come a dire: oggi in Italia non basta neanche più mettersi al servizio del figlio di un barone per sette anni per vedere i propri meriti riconosciuti! La cosa che mi sconcerta di più è che questa storia dimostra come la mentalità opportunista e disonesta non sia propria soltanto dei baroni. Una vittima (la donna che ha subito le molestie) si trasforma arrivando a formulare un ricatto pur di avere un posto di lavoro che non merita. Sullo sfondo di questa vicenda compaiono le macerie della ricerca italiana, dominata dal clientelismo e tenuta in piedi solo grazie a precari che lavorano con impegno e dedizione negli scantinati delle università. E' per questo che insisto per diffondere la peer review (il giudizio tra pari) anche nel nostro paese: garantire che i fondi per la ricerca siano assegnati da una commissione di scienziati qualificati, giovani e operanti presso istituzioni ed enti di ricerca esterni all'università è l'unico modo per evitare che storie di ordinaria follia come questa si ripetano.