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Un sottosegretario a Stoccolma

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Per avere un'idea di come vanno le cose nel proprio paese, è sempre utile andare all'estero a vedere che aria tira. Proprio la settimana scorsa ho partecipato ad un incontro con i ricercatori italiani emigrati in Svezia, durante il quale si è discusso anche della situazione della ricerca in Italia. L'inviato del governo che ha partecipato con me alla conferenza era nientemeno che il sottosegretario all'Università e Ricerca On. Giuseppe Pizza.

 

Devo ammettere che è stata un'esperienza per certi versi imbarazzante: vi assicuro che non è facile spiegare, in un Paese come la Svezia, che investe il 4% del suo Pil in ricerca e che rispetta criteri internazionali nell'assegnare i fondi dello Stato, che in Italia la strada che prendono i denari pubblici per la ricerca la sceglie una commissione nominata dal ministro Gelmini, decidendo sulla base di audizioni e cognomi dei candidati. Invece di utilizzare sistemi trasparenti come la valutazione tra pari, i fondi pubblici per la ricerca da noi si assegnano con delle audizioni, come si fa con gli artisti!

 

Altro motivo di imbarazzo è stato il comportamento dell'autorevole rappresentante del governo italiano. Conscio dell'importanza dell'evento, come al solito ho preparato con cura il mio intervento, che ho pronunciato a braccio e in inglese, come si usa negli ambienti scientifici internazionali. Il sottosegretario Pizza invece, prima del congresso deve aver avuto di meglio da fare: si è presentato con un lungo discorso scritto, letto senza mai alzare la testa e, ovviamente, tutto in italiano. Come se non bastasse, interrogato sull'alto tasso di disoccupazione nel nostro paese, dovuto in buona parte alla scarsa occupazione femminile, ha risposto più o meno così: "non è un problema grave, è una questione di cultura: in Sicilia le donne preferiscono stare a casa invece di andare a lavorare".

 

Ora, ci fossimo trovati in Arabia Saudita, l'intervento del sottosegretario sarebbe stato applauditissimo, e il prestigio dell'Italia sarebbe salito alle stelle. Ma dato che eravamo in uno dei paesi più progressisti del mondo, peraltro un modello di politica sociale ed economica, non credo che l'immagine del nostro paese sia migliorata. Per questo ho fatto presente all'On. Pizza e alla stampa che se in Sicilia l'80% delle donne sotto i 30 anni non lavora, non si tratta proprio di una questione di poco conto! E' difficile uscire da una grave crisi economica se l'occupazione femminile non cresce, come accade nei paesi più avanzati; ma è ancora più difficile finché si viene governati e rappresentati all'estero con una tale miopia.

Torno a scrivere il blog per raccontarvi una storia che ha dell'incredibile: se non me l'avesse raccontata di persona una fonte affidabile, avrei liquidato l'affabulatore di turno con una risata. Cominciamo con ordine: qualche giorno fa viene da me un giovane e brillante scienziato, che dopo una fruttuosa esperienza negli Stati Uniti ha deciso di tornare in Italia per continuare qui le sue ricerche. Il nostro mi racconta di essere stato assunto come collaboratore (precario, ovviamente) di un professore universitario; sarebbe tuttavia meglio dire da un "figlio" di un professore universitario, dato che l'unico suo merito è quello di essere per l'appunto il figlio dell'anziano professore appena andato in pensione. Con grande senso paterno dunque, il vecchio luminare, preoccupato per l'avvenire della sua prole, ha pensato bene di garantire la successione al figlio.

Conscio di come vanno le cose in questo paese, il nostro giovane ricercatore decide comunque di lavorare sodo per il Figlio (ora docente), provando a mettersi in mostra per poter ambire ad un posto più stabile e remunerativo, adeguato alla sua esperienza. Passano ben sette anni, in cui il nostro si dimostra meritevole e capace lavorando fianco a fianco con il meno capace "figlio", quando sembra arrivare il suo momento: si è liberato un buon posto, e sembra proprio che sia lui il miglior candidato. Eppure, ecco il colpo di scena: il figlio assume un'altra collaboratrice, senza una valida ragione professionale. Il nostro è deluso, ma non si rassegna e indaga. Si sa, nei dipartimenti le voci girano in fretta, e così viene fuori la verità: il Figlio ha fatto delle pesanti avances alla donna appena assunta, lei ha rifiutato scandalizzata ed è corsa a raccontare tutto al marito. A questo punto della storia, penserete che l'esito sia scontato: il marito geloso corre dal professore e sfoga violentemente la sua rabbia. E invece no. Il marito in questione decide di ricattare il gigolò: o assumi mia moglie per quell'ottimo posto che si è appena liberato, oppure ti denuncio. Il Figlio non se lo fa ripetere due volte e assume la donna, in barba alle referenze del giovane ricercatore e a qualsiasi principio meritocratico.

E' incredibile, eppure le cose sono andate così. Come a dire: oggi in Italia non basta neanche più mettersi al servizio del figlio di un barone per sette anni per vedere i propri meriti riconosciuti! La cosa che mi sconcerta di più è che questa storia dimostra come la mentalità opportunista e disonesta non sia propria soltanto dei baroni. Una vittima (la donna che ha subito le molestie) si trasforma arrivando a formulare un ricatto pur di avere un posto di lavoro che non merita. Sullo sfondo di questa vicenda compaiono le macerie della ricerca italiana, dominata dal clientelismo e tenuta in piedi solo grazie a precari che lavorano con impegno e dedizione negli scantinati delle università. E' per questo che insisto per diffondere la peer review (il giudizio tra pari) anche nel nostro paese: garantire che i fondi per la ricerca siano assegnati da una commissione di scienziati qualificati, giovani e operanti presso istituzioni ed enti di ricerca esterni all'università è l'unico modo per evitare che storie di ordinaria follia come questa si ripetano.

Torno a scrivere il mio blog dopo un periodo intenso e caratterizzato dai mille impegni che derivano, oltre che dall'attività di parlamentare, dalla presidenza di un'importante commissione come quella d'inchiesta sulla Sanità. Stavolta vi racconto una bella storia, attraverso la mail di un giovane ricercatore che ha beneficiato del bando under 40 per cui mi sono battuto nella scorsa legislatura. Una storia che dimostra come le baronie e i clientelismi possano essere sconfitti anche in Italia, se lo si vuole davvero. Potete leggere la sua lettera qui sotto, con la mia risposta a seguire:

Gentile Prof. Marino,
sono Giovanni Mirabella, uno dei 26 assegnatari del fondo giovani ricercatori che Lei ha fortemente voluto. La volevo ringraziare perchè davvero nel mio caso so che non ci sono state nè spinte nè forzature...all'americana ho scritto un bel progetto e sono stato finanziato. Per me
questo finanziamento rappresenta un grande onore e una sfida allo stesso tempo. Ma rappresenta
anche la speranza che in Italia si possa far ricerche valide e premiare chi lo merita. [...]
Cordiali Saluti
Giovanni Mirabella, PhD
Associate Professor
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Università di Roma "La Sapienza"

Caro Dott. Mirabella,
sono io a ringraziare lei per la lettera, piena di speranza, che ha voluto inviarmi. L'onore e la sfida di cui parla, per aver ottenuto un finanziamento senza condizionamenti politici o clientelari, dovrebbe "contagiare" tutti i ricercatori italiani. Come immagino saprà, il mio impegno per i giovani scienziati non si è fermato con lo stanziamento del fondo di cui ha beneficiato anche lei.
Nella Finanziaria 2007-2008 ho fatto introdurre un articolo grazie al quale è stato possibile emanare un nuovo bando, rivolto ai ricercatori under 40. I finanziamenti questa volta erano di ben 82 milioni di euro.
Ebbene, è possibile che quei soldi vadano persi. Perché ciò non accada, il Ministero del Lavoro, del Welfare e della Salute ed il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca dovrebbero pubblicare il bando di concorso entro il 31 dicembre prossimo. Giusto oggi ho incontrato il Sottosegretario Ferruccio Fazio, sollecitandolo su questo impegno di spesa e tornerò ad incalzare il Ministro Gelmini.
Come vede non demordo, perché credo in un'Italia nuova, i cui principi fondanti siano competenza, trasparenza e meritocrazia. Con l'augurio di incontrarci presto, le invio i miei più cordiali saluti.

L'Anno Zero della Ricerca

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Giovedì 30 ottobre ho partecipato alla trasmissione Anno Zero di Michele Santoro, incentrata sul decreto Gelmini (che ormai è legge) e sulle grandi manifestazioni di protesta degli ultimi giorni cui hanno partecipato studenti e professori. Credo sia stata un'importante occasione per evidenziare i pericoli che derivano dal decreto, che non attua una vera e propria "riforma", ma è in sostanza un enorme taglio di fondi alla scuola pubblica: a causa del venir meno dei finanziamenti, la ricerca italiana rischia il collasso definitivo. La cosa che più mi rammarica è che stiamo vivendo una congiuntura caratterizzata dalla crisi economica, e mentre paesi come la Francia si sono accorti che l'unica speranza per risollevarsi è puntare sul capitale umano (Sarkozy aumenterà del 50% i fondi per università e ricerca), il governo italiano decide di rinunciare al futuro del nostro paese.


La nostra ricerca si basa sul precariato: i giovani scienziati italiani sono personale altamente qualificato, che per anni ha svolto con rigore e professionalità il proprio lavoro nonostante contratti a breve termine che impediscono di immaginare un qualsiasi progetto di vita, come comprare una casa e avere dei figli. Come se ciò non fosse abbastanza, il Ministro Gelmini impone un taglio trasversale e sommario, che colpirà quella "base" di ricercatori che tiene in piedi il sistema universitario senza andare a scovare sprechi e baronie. E' vero che spesso negli atenei si spende male: ma allora perché non inserire dei criteri di valutazione, in modo da premiare con più finanziamenti chi è meritevole e tagliare i fondi a chi butta via i soldi pubblici? Perché trasformare le università in fondazioni private, con il rischio che l'accesso universale allo studio venga meno e che il futuro dei nostri ragazzi dipenda più dalle risorse economiche dei genitori che dalla loro capacità e dal loro impegno?


Il tema è davvero molto serio, e non si può affrontare con la leggerezza e il pressappochismo del governo. Mi ha colpito l'efficacia con cui una professoressa di chimica dell'università di Pisa, intervistata verso la fine della trasmissione, ha evidenziato quanto sia importante sostenere la ricerca scientifica di base. Ha riportato l'esempio di una ricerca dai contenuti molto tecnici e specifici, svolta da un ricercatore italiano nel 1980; la reazione chimica prodotta dagli esperimenti è stata utilizzata una decina di anni dopo negli Stati Uniti per preparare dei complessi utilizzati per la produzione dell'indinavir, il principio attivo presente nei più potenti farmaci contro il virus dell'HIV. La ricerca è tutta qui: da complicati esperimenti e studi molto tecnici si arriva a scoperte che cambiano la vita di molte persone. Tagliando i fondi oggi - ha concluso efficacemente la professoressa - si taglia il benessere della società di domani. Chiaro e semplice.

Troppi politici e pochi statisti

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Un articolo pubblicato sull'inserto scientifico del Sole 24 Ore di oggi mi ha stimolato una riflessione sul problema energetico che attanaglia il nostro paese. Tutti i giorni al distributore e al supermercato sentiamo gli effetti dell'aumento del prezzo del petrolio: fare un pieno diventa quasi impossibile, e la crisi energetica comporta maggiori costi di produzione e trasporto con un conseguente rincaro di merci e generi alimentari. L'unica soluzione sembra essere quella di ridurre al più presto la nostra dipendenza dall'oro nero.

 

L'articolo parla della Svezia, e di come questo paese sia riuscito a costruire, tramite un sistema di incentivi fiscali, un'economia che è allo stesso tempo efficiente e rispettosa dell'ambiente: i principi della sostenibilità ambientale vengono applicati dalle imprese perché convengono da un punto di vista economico. Esempio: un consorzio di imprese ha creato un sistema computerizzato che permette agli aerei di ridurre le variazioni di rotta e di risparmiare in questo modo il 20% del carburante durante la fase di atterraggio. Dunque risparmiando energia si riduce l'inquinamento atmosferico e contemporaneamente si spende di meno.

 

Credo sia positivo che in Italia nasca un dibattito serio e non ideologico sulle fonti di energia da utilizzare nel futuro, compreso il nucleare. Su questo argomento tuttavia, mi sento di concordare con il premio Nobel Rubbia: non siamo in grado di smaltire le scorie nucleari e per di più l'uranio è destinato a scarseggiare in tempi relativamente brevi. Detto questo, ritengo invece che dovremmo guardare alle esperienze di altri paesi all'avanguardia, per predisporre un piano energetico lungimirante e condiviso dal Paese basato su risparmio e energie rinnovabili, eolico e solare in primis. Purtroppo però in Italia sembra impossibile sedersi attorno a un tavolo e ragionare con serenità su piani di medio e lungo termine. Ma perché? Forse perché abbondano i politici, mentre scarseggiano gli statisti. "Un politico - diceva De Gasperi - guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione".

Ho letto la lettera pubblicata su Nature e firmata da Ivano Bertini, Silvio Garattini e Rino Rappuoli, ed anche il commento sul suo blog di Anna Meldolesi.

Sono d'accordo sul fatto che sia assolutamente necessario almeno raddoppiare gli investimenti in ricerca ed innovazione nel nostro Paese. Senza ricerca arretreremo nel gruppo che io definisco dei "paesi in via di incerto sviluppo". Più volte ho sottolineato questo fatto, sia prima di essere eletto al Senato nel 2006, da ricercatore italiano che lavorava da 18 anni all'estero, sia dopo. E' per questo che mi sono impegnato a scrivere un articolo che adesso è legge dello Stato e che prevede le seguenti cose:

1) ogni anno il 10% delle risorse pubbliche per la ricerca (per un totale di 81 milioni di Euro nel 2008) deve essere destinato ai ricercatori di età inferiore ai 40 anni;

2) questi 81 milioni di Euro devono essere assegnati non da chi detiene il potere nel mondo accademico e scientifico, ma da una commissione di 10 scienziati al di sotto dei 40 anni, scelti sulla base di parametri chiari, il loro impact factor e citation index, cioè una prova concreta e documentabile del lavoro scientifico svolto;

3) metà di questi 10 scienziati devono provenire da istituti di ricerca stranieri;

4) il finanziamento per ciascun giovane scienziato non deve essere inferiore a 400.000 Euro, in modo da permettere realmente lo sviluppo del suo progetto;

5) il giovane che vincerà il finanziamento potrà scegliere in quale istituto utilizzarlo, escludendo così i "baroni" dai meccanismi di attribuzione ed anche da altri vincoli che possano limitare la libertà decisionale del giovane ricercatore.

Perchè ho voluto ricordare questi fatti? Perchè penso che è vero che dobbiamo finanziare molto di più la ricerca italiana ma dobbiamo farlo con meccanismi che portino senza alcun dubbio a scegliere i migliori altrimenti potremo anche decuplicare i fondi ma se l'assegnazione non seguirà i criteri internazionalmente  riconosciuti per far valere il merito il nostro sforzo economico non produrrà alcun risultato.

Quindi sì a più fondi, ma tutti assegnati solo ed esclusivamente sulla base del merito!